And now... just like it's always been... you, my lunar queen
martedì, 17 novembre 2009, alle ore 10:00
Tardo pomeriggio tra uomini ieri.
Io, Stefano e anche Leo – che ha approfittato della chiusura del locale – siamo andati a fare qualche canestro.
Siamo usciti un po’ prima dall’ufficio e, intabarrati in felpe extralarge, siamo andati al parco, praticamente al buio, a parte qualche raro lampione che illuminava i cani nella loro passeggiata defecatoria preserale e noi. E l’accostamento non è casuale.
Tre deficienti che sfogavano le loro energie, le loro rabbie e frustrazioni, saltando come cavallette.
Leo ci ha fatto una cronaca piuttosto dettagliata della partita di rugby di sabato, Italia contro Nuova Zelanda. Come un bambino di 5 anni ripeteva continuamente la danza degli All Black.
Anche mio cugino Thomas è stato a vedere la partita. Aveva prenotato il biglietto lo scorso febbraio, se non ho capito male. Ha macinato tutti quei chilometri per un pomeriggio di sport. Folle. Beh, probabilmente alla sua età lo avrei fatto anche io… forse non per una partita di rugby, ma per una manifestazione jazz di sicuro sì.
Tra una danza aborigena e l’altra, Leo ha tentato ancora di farmi parlare di Valeria.
Sta diventando un disco rotto.
Tutti stanno diventando un disco rotto.
“Ma sei proprio sicuro? Ma non c’è modo di rimediare? Ma lei ti cerca ancora? Non pensate di rivedervi per parlarne ancora?”.
Bla bla bla.
Parole al vento.
Non rispondevo. Grugnivo.
Sono stanco.
A volte ho l’impressione che gli altri si divertano a mettermi sotto un microscopio per analizzarmi e dispensare i loro buoni consigli, tutti quei consigli buoni del cazzo che non sono capaci di applicare alle loro vite.
Lo so, sono ingiusto.
Anche io giudico, do consigli e mi preoccupo per i miei amici.
Solo che, in questi giorni, vorrei girare la pagina più velocemente del solito (ammesso che io sappia davvero girare una pagina).
Vorrei cancellare gli ultimi mesi della mia vita. Non per dimenticare Valeria, non potrei essere così ingiusto con lei, ma per dimenticare il me stesso che ha vissuto quelle cose con Valeria.
Pensavo che l’andare avanti ad oltranza, che lo sforzarsi di costruire ricordi comuni avrebbe giovato alla nostra storia, che mi avrebbe portato per mano verso il vero amore per lei.
Ma non è stato così.
A nulla sono valsi i viaggi, le cene, le feste, il sesso, la musica, gli amici.
Non c’è un solo momento che mi voglia ricordare.
O, meglio, non c’è un solo ricordo che mi tocchi davvero dentro.
Sorrido, al massimo.
Ma non tremo.
Sono solo fredde diapositive. Che scattano meccanicamente nel proiettore del mio cervello, con un colpo secco e una luce che ferisce gli occhi.
Non tremo davanti a quello che ho perso e mai più riavrò.
E poi c’è ancora lo spettro dei miei genitori. Loro ancora non sanno.
Li ho visti raramente dopo la rottura con Valeria e – in ogni circostanza – ho finto una fretta e una scarsa disponibilità al dialogo che mi hanno solo reso scontroso.
Tanto, a che serve?
A mia madre si riempiranno gli occhi di lacrime per l’ennesima nuora sfumata, mentre mio padre penserà che sono un idiota, immaturo ed egoista. Penserà che non mi curo a sufficienza di mia figlia e nemmeno di me stesso, in fondo.
Ecco il guaio di avere una relazione con qualcuno di così amabile da piacere a tutti. Proprio tutti. Se almeno Valeria fosse stata una stronza…
In tutto questo marasma si salva solo Stefano. L’unico che non abbia praticamente aperto bocca su tutta la faccenda.
Quando gliel’ho detto, durante un caffè in ufficio, si è limitato ad annuire, stringermi un braccio e sorridere leggermente, come chi ha davvero a cuore solo la ritrovata serenità del proprio amico, al di là di qualsiasi convenzione sociale.
Ecco, così si dovrebbe fare.
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venerdì, 13 novembre 2009, alle ore 14:53
E anche questo grande giorno è arrivato.
E non poteva che andare così.
Lo so.
Lo sapevo e l’ho sempre saputo.
Sono stato solo più bravo delle altre volte nel recitare.
No, recitare non è la parola giusta.
Nasconde in se’ qualcosa di falso, nasconde del dolo, fa pensare a qualcosa di menzognero fatto di
proposito, con volontà.
Se non temessi di essere troppo indulgente con me stesso direi che in realtà stavolta ce l’ho messa tutta, mi sono impegnato con tutto me stesso.
Ho attuato una campagna di auto convincimento come mai prima.
Ma alla fine il Drago emerge. E lancia fiamme dalla bocca. Fiamme che – volenti o nolenti – bruciano.
Stamattina ho guardato l’agenda degli appuntamenti e ho visto che è il mio onomastico.
Non che non lo sapessi, ma vederlo scritto lì, nero su bianco, con quel carattere inclinato con pretese di eleganza, mi ha fatto sorridere.
San D.
Ironia.
Io di santo non ho davvero nulla e non lo dico per attirare commenti pieni di pietà e buffetti sulle guance.
Credo davvero di non essere poi quella gran brava persona che tutti mi reputano.
Probabilmente ho qualcosa di malato dentro, di marcio, che a volte non si riesce proprio a trattenere.
Me ne sono accorto quando mi sono addormentato – e poi svegliato – nudo nel letto di una donna quasi sconosciuta.
E’ successo un po’ di settimane fa, non voglio nemmeno contarle. Non ha alcuna importanza quanto tempo è passato. Scandire matematicamente un evento che invece è del tutto e devastantemente, puramente emotivo.
C’è stata una rivoluzione terrestre tra quel momento orribile di presa di coscienza e il giorno di oggi.
Inutile dire che – mentre Max sta per avere il suo secondo bambino – io, io ho tradito la donna con cui stavo, ho tradito Valeria, e (con quel poco di coerenza e di dignità che mi sono rimaste) l’ho lasciata.
Senza drammi, senza urli, né pianti.
Le ho detto che era finita. Lei ha detto che se n’era accorta da tempo.
Già.
A un certo punto il peso del sentirsi finalmente a posto con la collettività, di essere accoppiato come prevede il manuale dell’accettabilità sociale, il peso di essere considerato – per qualche assurda ragione – “rispettabile”… beh, è diventato troppo oneroso.
Io sono rispettabile ugualmente, anche se corro ancora con la mia macchina nera e se mi piace fare sesso con le belle donne.
E se anche non lo sono, non mi importa. Chi ha deciso cos’è la rispettabilità?
Chi?
Una lucertola priva di sangue ed emozioni, forse.
Ma la mia non è solo ricerca di emozioni, a onor del vero. Sarebbe riduttivo e adolescenziale
vederla così.
Io sono semplicemente io. E mi urta non poco dovermi in qualche modo incasellare a tutti i costi.
E anche il fatto di essermi trovato in qualche modo a fare da padre ad una adolescente bugiarda mi ha turbato.
Valeria è una buona madre, ma certe cose non vuole vederle, esattamente come ciascuno
di noi.
Io voglio rapporti chiari, onesti. Voglio confini netti, entro cui muovermi come voglio. Ma il confine deve essere netto. L’area è libera ma il perimetro deve essere ben delineato.
Per la figlia di Valeria non sono riuscito ad essere nulla: troppo distante per essere amico, troppo vicino per essere padre, troppo severo per essere amato, troppo libertario per essere rispettato.
Cercare di crescere un figlio non tuo è come guidare un’auto non tua: la responsabilità ti impedisce di maneggiarla con disinvoltura.
Sicuramente è anche colpa mia: la mia Principessa viene prima di tutto e in questo periodo ho maturato così tanti nuovi sensi di colpa nei suoi confronti che ho avuto poco tempo e spazio per dedicarmi ad altre creature in corso di formazione.
Ho lasciato Valeria. E forse l’ho tradita proprio per darmi forza, per avere un motivo in più.
E a nulla sono valsi i consigli degli amici o i silenzi della mia famiglia quando ho detto che ero di nuovo un battitore libero.
Del resto non mi aspettavo che nessuno capisse.
Valeria è così brava, così GIUSTA PER ME.
Già.
E’ così facile giudicare, vero?
La prima folgorazione l’ho avuta una mattina, mentre ero in bagno a farmi la barba. Un pensiero sciocco, appena abbozzato.
Un senso di nostalgia, un senso di vuoto, di mancanza di qualcosa.
Con Valeria è sempre andato tutto così liscio. Così privo di sfumature. Di VERE sfumature.
Lei non ha mai preteso il mio sangue, la mia carne. La mia anima.
E a me così non basta.
Mentre posavo il rasoio, immediato è stato il confronto con Lei, Lei che, sepolta nella polvere della mia vita, ancora agita la coda come un gatto siamese innervosito.
Avevo bisogno di piangere per Valeria, di soffrire.
Di sentire che perderla sarebbe stata una tragedia, un danno irreparabile.
Così ho cominciato a farle del male e – soprattutto – ad allontanarla da me.
Ma quel dolore totalizzante e annientante non è mai arrivato.
Mai.
Solo un certo vago sollievo e un giusto dispiacere per la sofferenza che le stavo provocando.
No, così non va.
Ed ecco che è arrivata la fine. La mia rinascita e la fine.
Certo è che mi chiedo perché, in fondo, nella mia vita io misuri sempre tutto col dolore.
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mercoledì, 10 giugno 2009, alle ore 21:40
…e mi sto incazzando anche con le condizioni meteorologiche.
Non si è mai visto un tempo così in questa stagione.
Nello stesso pomeriggio è come se passasse un anno.
Il mattino bigio rende così duro svegliarmi, sia che abbia passato la notte a casa mia, con mia figlia che mi dorme addosso, sia che sia nella mia “nuova casa”, cioè quella di Valeria.
Col tempo forse riuscirò a togliere le virgolette da quelle due parole.
Dovrei scriverle probabilmente mille volte, sulla lavagna della realtà, come una punizione scolastica alla Bart Simpson. E nel momento in cui queste maledette virgolette spariranno, restando dentro al gesso, saprò che sono arrivato al mio porto.
Ma per ora non è così.
Valeria è paziente, forse troppo.
Le sere in cui ancora mi rifugio a casa mia, con una motivazione concreta o una scusa banale, mi chiedo come possa reggermi, come possa sopportare ancora, senza pormi alcun aut aut, le mie chiusure, le mie malinconie e poi le mie improvvise risate, il mio prenderle la mano.
Forse semplicemente ama le complicazioni.
E io sono una complicazione bella grande… e non solo per la mia statura.
Ad essere del tutto onesti, non mi piace nemmeno tanto il modo in cui mi guardano i miei amici ultimamente.
Sarà coda di paglia, sarà un disagio tutto mio che riverso negli occhi degli altri, ma è come se tutti (Leo e Stefano in testa) osservassero uno strano essere dentro ad una scatola di cellophane trasparente: troppo impegnato, troppo “fidanzato” (altra parola cui devo riuscire a togliere le virgolette) per essere il solito stronzo con cui parlare di sesso e donne, ma troppo egoista, individualista, libero per essere preso come il compagno di vita di una donna saggia e amabile come Valeria.
Le pungolature si sprecano. E comincio ad averne abbastanza.
L’esigenza di inquadrare ed etichettare ogni singolo essere umano è devastante.
Probabilmente anche io tendo a farlo, ma – come ogni perfetto illuso e idiota – non amo essere io al centro di queste generalizzazioni. Alla faccia dell’obiettività.
Non credo di aver mai vissuto secondo schemi precisi. Mi sono sempre mosso trasversalmente rispetto a quello che la gente cosiddetta normale fa.
Ma la gente da me non si aspetta questo.
Sono troppo serio, troppo composto, troppo educato, troppo borghese, troppo ricco e pure troppo alto perché viva come vivo, perché provi quello che provo.
Forse se mi facessi crescere i capelli, mi mettessi un piercing al naso e smettessi di radermi, le persone non vorrebbero più incasellarmi in qualcosa di prefissato che semplicemente serve a loro per dirsi quanto sono bravi a giudicare gli altri, quanto sono esperti nel distinguere il bene dal male.
Ma io sono più complesso di tutto ciò e mai come negli ultimi mesi me ne sto rendendo conto.
Io sono una camicia stirata e una cravatta regimental sotto cui sono tatuati un tribale sul braccio e un piccolo drago dietro la spalla.
La prima volta che mia madre ha visto i miei tatuaggi ha nobilmente storto il naso.
E così stanno facendo tutti.
Mi sento incompreso?
Forse.
In questo momento in cui io mi sto finalmente capendo profondamente (e giuro che a volte fa più male dell’acido muriatico sulla pelle), mi risulta che siano gli altri a non riuscire a guardarmi davvero dentro.
Non è grave, lo so.
Solo tremendamente fastidioso.
Mi fa sentire diviso in due.
E quando passo da uno stato di percezione all’altro (da dentro di me a fuori di me e viceversa), mi accorgo che in certi momenti vivere forse è praticamente soltanto un tuffarsi in una vita qualsiasi, la prima che ti capita a tiro e che non ti faccia troppo schifo.
La acciuffi al volo, così, prima che scappi, pur di vivere, quando sei davvero troppo disperato e stanco di stare a sedere ed aspettare.
Ci si infila su un sentiero già tracciato e già percorso da migliaia di piedi prima dei nostri.
In fondo, è un modo molto comodo per non dover prendere decisioni.
Si è in qualche modo semplici spettatori… e si esiste soltanto grazie a quello che gli altri vogliono da noi, vedono in noi, pensano di noi.
E’ come vivere una vita in esterni.
Al di fuori delle nostre cellule, dei nostri respiri, del nostro sangue.
Non so se sia giusto.
Forse in certe fasi della vita è semplicemente necessario perché è l’unico modo per restare vivi e non soccombere al peso dei sogni infranti e delle delusioni.
Forse poi passa e si torna a compiere tutti quegli atti folli per cui siamo giudicati strani, diversi, inaffidabili.
E unici e speciali.
O forse è possibile vivere tutta un’esistenza così.
E chi lo sa?
… e tornando alle condizioni meteorologiche con cui ho iniziato questo pezzo, un tempo così continua a farmi pensare a Londra.
Quando il sole e la pioggia si inseguono come due poveri amanti destinati a non stare mai insieme.
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sabato, 30 maggio 2009, alle ore 17:03
A volte penso che in fondo la mia vita, ma forse quella di ciascuno di noi sia… no, ma che dico?
Questo pensiero riguarda solo me.
E’ inutile che cerchi di universalizzare quella che è un’esperienza (o problema???) solo mia. Tutta mia.
Ok.
Ricomincio.
A volte penso che in fondo la mia vita sia solo un’enorme schema di Monopoli tridimensionale.
Anzi, una serie di schemi tridimensionali sovrapposti.
Ogni “VIA” rappresenta un evento importante della mia vita e prima di completare il giro ed arrivare ad una nuova partenza devo passare attraverso strade, vicoli, viali, imprevisti e probabilità.
Sperando di non finire mai in prigione.
Ho pensato a tutto ciò recentemente, quando mi sono accorto che – nonostante la ormai stabile presenza di Valeria nella mia vita – il pensiero di Lei ancora torna ad affacciarsi in me.
Leggero, lento, morbido. Sempre meno spigoloso ed impattante. Ma comunque sempre presente.
L’incontro con Lei e il nostro amore sono stati uno dei “VIA” più importanti della mia esistenza.
E dal giorno che è tutto finito mi sono allontanato da quella casella. A passi lenti, a volte troppo.
Ho abbozzato corsette per sfuggire al dolore dei momenti bui, ma ecco che allora pescavo un imprevisto e venivo rimbalzato indietro di qualche casella.
Oppure i maledetti cartoncini sentenziavano che dovevo pagare qualcosa troppo caro: relazioni sbagliate, testardaggini, conflitti interiori.
E poi c’era la prigione. Magari quando pensavo di essermi liberato del tutto da Lei, accadeva qualcosa che mi faceva sprofondare di nuovo nel passato, gambe e braccia legate, l’impossibilità di guardare altrove, oltre, in qualsiasi direzione. Fermo qualche turno. E poi ripartivo, a fatica, con le vene e le arterie piene di piombo.
E così all’infinito.
Così fino ad oggi, fino alla formulazione chiara di questo pensiero.
Non so onestamente come uscirne e forse la soluzione più semplice è di non forzare questa uscita dal percorso.
Quando avrò compiuto abbastanza giri su questa strada di caselle cartonate, quando conoscerò tutti i meccanismi dei lanci dei dadi e saprò a memoria tutti i cartoncini colorati degli imprevisti e delle probabilità, solo allora ne uscirò, con naturalezza.
Questi lunghi mesi sono passati correndo avanti e indietro sul tabellone scivoloso di Drakeopoli, cercando di barcamenarmi tra memoria e realtà, felicità e nostalgie, sogni e quotidiano.
Come sempre del resto.
E ora mi illudo di riuscire a trovare la strada più breve per correre fino al traguardo.
Sperando che – questa volta – sia un “VIA” verso una direzione totalmente nuova.
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giovedì, 26 febbraio 2009, alle ore 23:16
... e comunque, a forza di sentirsi diversi dagli altri, lo si diventa davvero.
Diversi.
Incomprensibili.
Alieni.
... e comunque, per la prima volta stasera, uscito dalla macchina per rientrare a casa, ho sentito l'odore di una primavera ancora sepolta.
Ma che arriverà.
Ah sì che arriverà.
... e comunque, ho sempre nelle ossa questa dannata sensazione di appartenere ad un altro luogo, ad un'altra carne, ad un'altra vita.
Buonanotte.
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giovedì, 19 febbraio 2009, alle ore 22:04
Ma la verità, la verità è un’altra.
E’ che ho sempre odiato i luoghi comuni e ora… ora mi trovo a viverne uno.
Mi viene da ridere se penso a quello che sto per scrivere.
Ma tant’è. Meglio che trattenga un attimo il fiato, come quando si indugia sull’ultimo tiro di una sigaretta per assaporarla fino in fondo, e poi butti fuori tutto il fumo.
Puf.
Sto per compiere 40 anni.
Ah. Ah. Ah.
Mancano un pugno di giorni e mi sono accorto di aver allontanato il pensiero fino a quando Valeria non mi ha chiesto se volevo fare qualcosa di speciale per l’occasione.
No.
Assolutamente.
Niente di speciale.
Ma tanto so che organizzerà qualcosa, a mia insaputa. Una cena magari. Con i miei migliori amici.
O qualcosa di più romantico.
Non so.
Ma il punto non è questo.
E’ che ho passato tutta la vita a fare bilanci su me stesso… e ora non mi aspettavo di arrivare a questo. Pensavo di essere abituato a guardarmi dentro e che arrivare alla fatidica meta dei 40 anni non cambiasse nulla.
No, non ho paura di invecchiare.
Ho paura di non vivere.
E di non aver vissuto.
Ho paura di essermi semplicemente lasciato vivere. In maniera più o meno evidente o sfrontata.
Ho paura di non lasciare tracce.
E ho paura di dimenticare.
Ho paura che le nuove strade che dovrò percorrere mi allontaneranno sempre di più da quello che sono davvero io o da quello che credo di essere.
Non so se poi sia sul serio questa cosa dei 40 anni o altro… perché è tanto tempo che ho paura. E tra i motivi per cui ho smesso di scrivere su questo diario… beh, c’è anche questo.
Perennemente in oscillazione tra una vita giusta, tagliata secondo certe perfette convenzioni, e… le mie smanie indefinibili, assolutamente immotivate, così maledettamente adolescenziali.
La maggior parte della gente dice che mi faccio troppe domande cui non so dare risposta, che sono paranoico, menoso… che vivo di seghe mentali.
Forse hanno ragione, ma forse no.
Di certo mi domando perché crescere (e non mi vergogno di dire che a 40 anni ancora sto crescendo sotto tanti punti di vista) per me debba sempre essere un percorso a scalini, anziché una rampa comoda in lieve pendenza, che mi conduca verso l’alto in maniera quasi inconsapevole.
Mi chiedo perché io debba sempre essere così presente a me stesso, così cosciente di ogni tappa della mia vita, di ogni mia unica minuscola emozione.
Ricordo vividamente ogni singolo gradino della vita in cui sono cresciuto, in cui ho imparato qualcosa.
Ricordo e ricorderò sempre il sapore delle lacrime e il colore dei sorrisi dei momenti che hanno davvero contato per me, che mi hanno fatto diventare questo uomo un po’ sbilenco che ora sono.
Qualche sera fa abbiamo fatto un gioco con gli amici, naturalmente partorito dalla mente professionalmente distorta di Valeria. Ognuno di noi doveva descrivere gli altri con un aggettivo.
Di me hanno detto: affascinante, introverso, raffinato, sicuro di se’, affidabile…
Questo è quello che proietto all’esterno dunque, sulle persone che mi conoscono, alcune anche abbastanza bene.
Ma io non sono solo questo.
Sono anche fragile, emotivo, incoerente. Ma forse – masochisticamente – riservo queste belle qualità solo a me stesso.
… e ora vado ad infilarmi sotto la doccia, stanco di queste riflessioni senza senso.
Ma ho di nuovo molte cose da dire.
Già.
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venerdì, 23 gennaio 2009, alle ore 21:13
Quanta sofferenza ci lasciamo dietro sulla strada della vita.
Quanto dolore provochiamo, irrimediabilmente.
Senza volontà.
E non possiamo farci nulla.
Non possiamo tornare indietro e rimediare, anche sei il ricordo di certi sguardi tristi ci accompagnerà per sempre.
Lo scotto che dobbiamo pagare è il rimorso, forse, o la pena che ci portiamo nel cuore preoccupandoci per il resto dei nostri giorni di tutto ciò che abbiamo calpestato e che non sappiamo se mai tornerà alla vita.
Forse siamo presuntuosi nel pensarla così, ma forse è solo che sappiamo fin troppo bene che anche se la ferita smette di sanguinare, la cicatrice resta.
Se anche il rumore di una voce smette di parlarci, la lezione è stata comunque imparata e ci ha cambiati. E le lezioni che si imparano non sono mai belle.
La vita è una strada, ma noi non siamo soltanto i viandanti che la percorrono.
Siamo la strada stessa. Siamo i ciottoli che la compongono.
Su cui altri corrono o incespicano.
Potessimo tornare indietro… potessi tornare indietro, tenderei la mano a chi ho fatto cadere e chiederei perdono.
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