Tardo pomeriggio tra uomini ieri.
Io, Stefano e anche Leo – che ha approfittato della chiusura del locale – siamo andati a fare qualche canestro.
Siamo usciti un po’ prima dall’ufficio e, intabarrati in felpe extralarge, siamo andati al parco, praticamente al buio, a parte qualche raro lampione che illuminava i cani nella loro passeggiata defecatoria preserale e noi. E l’accostamento non è casuale.
Tre deficienti che sfogavano le loro energie, le loro rabbie e frustrazioni, saltando come cavallette.
Leo ci ha fatto una cronaca piuttosto dettagliata della partita di rugby di sabato, Italia contro Nuova Zelanda. Come un bambino di 5 anni ripeteva continuamente la danza degli All Black.
Anche mio cugino Thomas è stato a vedere la partita. Aveva prenotato il biglietto lo scorso febbraio, se non ho capito male. Ha macinato tutti quei chilometri per un pomeriggio di sport. Folle. Beh, probabilmente alla sua età lo avrei fatto anche io… forse non per una partita di rugby, ma per una manifestazione jazz di sicuro sì.
Tra una danza aborigena e l’altra, Leo ha tentato ancora di farmi parlare di Valeria.
Sta diventando un disco rotto.
Tutti stanno diventando un disco rotto.
“Ma sei proprio sicuro? Ma non c’è modo di rimediare? Ma lei ti cerca ancora? Non pensate di rivedervi per parlarne ancora?”.
Bla bla bla.
Parole al vento.
Non rispondevo. Grugnivo.
Sono stanco.
A volte ho l’impressione che gli altri si divertano a mettermi sotto un microscopio per analizzarmi e dispensare i loro buoni consigli, tutti quei consigli buoni del cazzo che non sono capaci di applicare alle loro vite.
Lo so, sono ingiusto.
Anche io giudico, do consigli e mi preoccupo per i miei amici.
Solo che, in questi giorni, vorrei girare la pagina più velocemente del solito (ammesso che io sappia davvero girare una pagina).
Vorrei cancellare gli ultimi mesi della mia vita. Non per dimenticare Valeria, non potrei essere così ingiusto con lei, ma per dimenticare il me stesso che ha vissuto quelle cose con Valeria.
Pensavo che l’andare avanti ad oltranza, che lo sforzarsi di costruire ricordi comuni avrebbe giovato alla nostra storia, che mi avrebbe portato per mano verso il vero amore per lei.
Ma non è stato così.
A nulla sono valsi i viaggi, le cene, le feste, il sesso, la musica, gli amici.
Non c’è un solo momento che mi voglia ricordare.
O, meglio, non c’è un solo ricordo che mi tocchi davvero dentro.
Sorrido, al massimo.
Ma non tremo.
Sono solo fredde diapositive. Che scattano meccanicamente nel proiettore del mio cervello, con un colpo secco e una luce che ferisce gli occhi.
Non tremo davanti a quello che ho perso e mai più riavrò.
E poi c’è ancora lo spettro dei miei genitori. Loro ancora non sanno.
Li ho visti raramente dopo la rottura con Valeria e – in ogni circostanza – ho finto una fretta e una scarsa disponibilità al dialogo che mi hanno solo reso scontroso.
Tanto, a che serve?
A mia madre si riempiranno gli occhi di lacrime per l’ennesima nuora sfumata, mentre mio padre penserà che sono un idiota, immaturo ed egoista. Penserà che non mi curo a sufficienza di mia figlia e nemmeno di me stesso, in fondo.
Ecco il guaio di avere una relazione con qualcuno di così amabile da piacere a tutti. Proprio tutti. Se almeno Valeria fosse stata una stronza…
In tutto questo marasma si salva solo Stefano. L’unico che non abbia praticamente aperto bocca su tutta la faccenda.
Quando gliel’ho detto, durante un caffè in ufficio, si è limitato ad annuire, stringermi un braccio e sorridere leggermente, come chi ha davvero a cuore solo la ritrovata serenità del proprio amico, al di là di qualsiasi convenzione sociale.
Ecco, così si dovrebbe fare.

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…random, in my soul…

